In Trailer Park, il coreografo tedesco Moritz Ostruschnjak lavora con dieci danzatori dell’ensemble tanzmainz su un palcoscenico vuoto, sospesi tra mondo digitale e analogico, dando corpo a un’indagine sulla relazione tra fisicità e cultura visiva contemporanea.
Virtuosi, giovani, potenti: i danzatori si muovono dentro un dispositivo coreografico che lavora a stretto contatto con il battito del presente. Il processo di creazione è complesso e si fonda su un metodo specifico: le opere di Ostruschnjak utilizzano i social media come risorsa, non per aggiungere nuovi contenuti al flusso infinito di immagini e movimenti, ma per attingere a questo archivio e rielaborarlo.
Per Trailer Park, i performer sono stati invitati a selezionare video da internet, studiarli, copiarne i movimenti e trasferirli sui propri corpi. Un procedimento che richiama la “cultura dei meme”, in cui i contenuti vengono estratti dal loro contesto originario e riutilizzati con nuovi significati. In scena, i movimenti hanno origine altrove e solo nella loro combinazione generano qualcosa di nuovo.
Durante il processo creativo, il coreografo si interroga su come la crescente digitalizzazione della vita influenzi la nostra capacità fisica e sociale di fare esperienza. Lasciando spazio al caso e all’autonomia dei danzatori, la creazione si apre a una dimensione collettiva, in cui ogni interprete contribuisce alla costruzione dell’opera.
Lo sforzo dei corpi diventa così un elemento centrale: le richieste eccessive, spesso legate al fascino e alla pressione del mondo digitale, vengono tradotte e amplificate nei corpi individuali. Ne emerge una coreografia che riflette le tensioni del presente, tra esposizione, ripetizione e trasformazione.
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