Ci sentiamo inermi, senza bussola, in balìa di una contemporaneità sempre più veloce. Le categorie per conoscere noi stessi si moltiplicano, senza che ci aiutino a spiegare il presente che ci circonda. E’ la nostra storia raccontata su un divano, il nostro quaderno di appunti, il nostro libro di poesie. “Che cos’è la morte?”, “Cosa scegli di essere?”, “Chi ti ha ferito?”. Domande, troppo grandi, che innescano una giostra in cui i performers cercano disperatamente di rappresentare se stessi.
Apparteniamo ad una generazione che vuole fuggire rimanendo seduta sul divano, che vuole mostrarsi ma si nasconde, che sogna di gridare e finisce per parlarsi addosso. Siamo la generazione che fra brandelli di intuizioni e baratri di incomprensione, potrebbe ancora farcela.
E se non dovesse farcela? Beviamoci almeno un caffè.
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