SIGNORINA LEI È UN MASCHIO O UNA FEMMINA?

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Quando ci hanno chiesto di scrivere un testo contro la violenza sulle donne, ci siamo chieste: ma perché parliamo di violenza di genere, e non di violenza in generale? Forse la cosa preoccupante è che ci sia ancora bisogno di parlarne come di un tema a parte.
E se questo problema ancora così attuale, avesse origine anche nelle discriminazioni legate ai linguaggi di genere? “Essere donna non è facile. Specialmente quando non se ne accorge nessuno, che sei una donna”. Ecco come inizia lo spettacolo. Se da bambina ti insegnano che ti deve piacere il rosa perché sei una femmina, ma a te piace terribilmente il blu, cosa succede? E se ti avevano detto che le femmine hanno la voce fatata e te quando parli sembri il Gabibbo, cosa significa? Il mondo sembra andare in tilt e di conseguenza anche tu finisci per non riconoscerti più. Ecco che una sottile, spesso irriconoscibile violenza si insinua già tra i banchi di scuola dell’asilo, dove l’accidentale dimenticanza del grembiulino rosa può bastare a mettere in crisi un’intera identità. E quando addirittura tua madre ti suggerisce, alla domanda “Come ti chiami?”, di rispondere Marco perché con quella voce lì, dire Gloria sembra uno scherzo, allora non c’è da stupirsi se la tua compagna di banco delle elementari vuole che tu diventi il suo fidanzatino. E se proprio lo vuole a tutti i costi e non ti è possibile persuaderla del contrario? Siamo di fronte ad un caso di violenza di una donna su un uomo? O su una donna creduta uomo?Ma…esiste?! Manca la categoria! Insomma. Non sarà che tutte queste classificazioni ci stanno facendo dimenticare gli individui? Non sarà che la visuale sul concetto di identità, la stiamo riducendo? Un amico ci ha raccontato un episodio emblematico: “Quando torno a casa la sera, dev’essere la barba, se disgraziatamente una ragazza mi precede nel tragitto, stai sicura che quando mi vede affretta il passo e di lì a poco si mette a correre. E che cavolo…”

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