AnMARCORD

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Raccontare qualcosa di nuovo su Federico Fellini è una sfida. È stato uno dei maestri indiscussi del nostro patrimonio culturale, e su di lui si è detto e scritto moltissimo. Con Amarcord, capolavoro del 1973, Fellini offre al pubblico uno spaccato intimo della sua infanzia a Rimini, ma è solo un’apparenza. Il regista, con la sua consueta maestria, ha intrecciato realtà e finzione, memoria e immaginazione, costruendo un racconto che sfugge a ogni tentativo di classificazione. Nei suoi ricordi, disseminati tra interviste, film, autobiografie e racconti orali, la linea tra ciò che è stato vissuto e ciò che è stato sognato si fa sottilissima.

AnMARCORD – che in dialetto riminese significa “non mi ricordo” – nasce proprio da questa zona grigia della memoria. Il titolo, in gioco e contrapposizione con Amarcord, rivendica fin da subito l’impossibilità (o forse il rifiuto) di distinguere con certezza tra autobiografia e costruzione artistica. Lo spettacolo esplora episodi reali e documentati dell’infanzia del maestro, indagando le radici del suo immaginario. Inoltrarsi nella memoria di Fellini significa anche, inevitabilmente, cadere nel suo incantesimo: ogni aneddoto, ogni immagine può trasformarsi, sfumare, cambiare forma.

Evocando il suono, la materia e la poesia di un’infanzia che è stata forse vissuta o forse solo immaginata, AnMARCORD, senza conclusioni definitive prova a rispondere alla domanda: “Come ha fatto un ragazzo nato nel 1920 nella bucolica provincia italiana, cresciuto negli anni del regime fascista in una famiglia di estrazione quasi popolare, a diventare uno degli artisti più visionari e riconosciuti del Novecento?”

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